Attacchi di panico, ansia e angoscia
Psicoterapia a Pescara. Una lettura psicoanalitica orientata da Lacan e Bollas.
Nel linguaggio comune ansia, angoscia e panico sono diventati sinonimi. In clinica queste tre parole non sono intercambiabili. Indicano tre cose diverse, con tre logiche diverse, che vanno lavorate diversamente.
Tre parole, tre logiche diverse
Ansia
Un'attesa: ha un oggetto, anche se a volte sfocato. Si è in ansia per qualcosa — un colloquio, un esame medico, un giudizio. Riguarda il futuro, anticipa, mobilita.
Angoscia
Più radicale dell'ansia. Non riguarda un oggetto preciso. È un affetto che irrompe quando il soggetto si trova davanti a qualcosa che non riesce a dire, a pensare, a collocare.
Panico
Un'angoscia che non trova mediazione e si scarica nel corpo. Cuore che batte, fiato che manca, mondo che si fa irreale. Il pensiero arriva dopo. Prima c'è solo il corpo che si arresta.
Distinguere questi tre affetti è il primo passo di un lavoro psicoterapeutico serio. Confonderli — come spesso accade quando si parla genericamente di "disturbi d'ansia" — porta a interventi che agiscono sul sintomo senza ascoltare ciò che il sintomo sta cercando di dire.
Sintomi degli attacchi di panico
Un attacco di panico è un episodio acuto che raggiunge il picco entro pochi minuti e include un insieme variabile di questi elementi:
- palpitazioni, tachicardia, sensazione di battito irregolare;
- sudorazione, tremori, brividi o vampate di calore;
- difficoltà a respirare, sensazione di soffocamento, nodo alla gola;
- dolore o senso di costrizione al petto;
- nausea, mal di stomaco, vertigini;
- formicolii alle mani, ai piedi, al viso;
- senso di irrealtà (derealizzazione) o di distacco da sé (depersonalizzazione);
- paura di morire, di impazzire, di perdere il controllo.
Spesso, dopo il primo episodio, si installa una paura della paura: si comincia a evitare i luoghi, le situazioni, i mezzi di trasporto in cui il primo attacco si era presentato. È così che il panico, da evento isolato, può strutturarsi in un disturbo che restringe progressivamente lo spazio della vita quotidiana. Chi cerca uno psicologo per attacchi di panico a Pescara spesso arriva in studio in questa fase: quando l'episodio singolo è diventato evitamento sistematico, e l'evitamento ha cominciato a costare in termini di lavoro, relazioni, libertà di movimento.
Sintomi dell'ansia
L'ansia generalizzata è più sotterranea: un'inquietudine costante, difficoltà a dormire, tensione muscolare cronica, irritabilità, incapacità di staccare la mente dai pensieri di preoccupazione. Spesso si accompagna a sintomi fisici — mal di testa ricorrenti, disturbi gastrointestinali, stanchezza che non passa con il riposo. Può durare mesi o anni prima che la persona la riconosca come un problema da affrontare in psicoterapia.
Quando l'angoscia è qualcos'altro
L'angoscia, a differenza degli attacchi di panico, può non avere una forma sintomatica così riconoscibile. Si manifesta come un peso che il soggetto fatica a definire — un senso di vuoto, di incomprensione di sé, di vita che non si riesce ad abitare fino in fondo. Spesso non viene neanche nominata come problema, perché manca il sintomo "concreto" da raccontare al medico. Eppure è proprio l'angoscia, più dell'ansia o del panico isolato, ciò che porta molte persone a iniziare un percorso analitico.
Freud e l'angoscia come segnale
La psicoanalisi ha una storia di oltre un secolo nel pensare l'ansia, l'angoscia e il panico — molto prima che il DSM li classificasse come "disturbi". Freud, nel 1926, in Inibizione, sintomo e angoscia, descrive l'angoscia come un segnale: un avvertimento dell'Io che qualcosa di interno — una pulsione, un desiderio, un conflitto — sta per emergere e mettere in pericolo l'equilibrio raggiunto. L'angoscia, in questa lettura, non è il problema: è il segnale che esiste un problema.
Già nel 1895, in un testo precedente, Freud aveva isolato clinicamente quella che chiamò nevrosi d'angoscia: crisi acute, somatiche, con palpitazioni, vertigini, oppressione al petto, paura di morire. Riconosceva, più di un secolo fa, il quadro che oggi chiamiamo attacco di panico. E già allora aveva intuito che, dietro la scarica somatica, c'era qualcosa che il soggetto non era riuscito a tradurre in parola.
Lacan: l'angoscia è l'affetto che non inganna
Lacan, quarant'anni dopo Freud, riprende questa intuizione e la spinge oltre. Dedica all'angoscia un intero anno di insegnamento: il Seminario X (1962-63), uno dei testi più rigorosi della sua opera.
L'idea centrale è duplice. Primo: l'angoscia è l'affetto che non inganna. Tutti gli altri affetti possono mentire — la tristezza può essere una posa, la rabbia uno schermo, la gioia una difesa. L'angoscia no. Quando arriva, il soggetto è davanti a qualcosa di vero che non può più aggirare.
Secondo: l'angoscia non è senza oggetto, come spesso si dice. Lacan precisa che è "non senza oggetto". C'è un oggetto, ma è un oggetto che non si può rappresentare, che non può prendere immagine. È quell'oggetto — Lacan lo chiama oggetto a — che normalmente sostiene il desiderio del soggetto restando in ombra. Quando questo oggetto si avvicina troppo, quando rischia di mostrarsi, arriva l'angoscia.
Gli attacchi di panico spesso compaiono in momenti che, dall'esterno, sembrano i meno problematici della vita: una promozione, un matrimonio, una convivenza, la nascita di un figlio, la fine di un percorso di studi. Non perché siano momenti negativi, ma perché sono momenti in cui qualcosa cade — un'identificazione, un modo di stare al mondo, un desiderio sostenuto da fuori.
Bollas e il conosciuto non pensato
Christopher Bollas, psicoanalista britannico nella tradizione winnicottiana, ha aggiunto una chiave complementare a quella lacaniana. Nel suo libro più importante, L'ombra dell'oggetto (1987), introduce il concetto di conosciuto non pensato (unthought known): un sapere emotivo sedimentato nel corpo, formato precocemente nella relazione con i primi caregiver, che non ha mai trovato parola.
Non è rimosso — la rimozione presuppone che ci sia stato, prima, un pensiero. Il conosciuto non pensato è qualcosa di diverso: un sapere che non è mai diventato pensabile, che il soggetto possiede senza poterlo dire. Un'esperienza emotiva che non è passata attraverso le parole, e che proprio per questo continua a operare, silenziosa, dentro la vita adulta.
Il conosciuto non pensato si esprime spesso attraverso il corpo. Bollas parla di moods — stati d'animo — come comunicazioni di parti del Sé che non hanno mai trovato simbolizzazione. Quando questo materiale preme per emergere, e la parola non basta a contenerlo, può tornare attraverso il sintomo somatico.
L'attacco di panico, in questa lettura, è una di queste vie: un sapere antico che bussa, e che la psiche, in quel momento, non riesce a tradurre in pensiero. Il corpo dice ciò che il soggetto non può ancora dirsi.
Le due chiavi — quella lacaniana e quella di Bollas — non si escludono. Lacan illumina il come l'angoscia funziona strutturalmente: come segnale, come irruzione di un Reale che non si lascia simbolizzare. Bollas illumina il da dove viene molto di quel materiale: dalle prime relazioni, dai modi in cui il corpo del bambino è stato tenuto, ascoltato, riconosciuto, o non lo è stato. Insieme, le due letture rendono l'esperienza degli attacchi di panico meno enigmatica e più lavorabile.
I sistemi FEAR e PANIC secondo Panksepp
Lo psicobiologo Jaak Panksepp ha distinto sette sistemi emotivi primari nel cervello dei mammiferi. Due sono particolarmente rilevanti per il panico.
Il sistema FEAR è la classica risposta di paura: si attiva davanti a un pericolo concreto, ha il suo centro nell'amigdala, mobilita il circuito noradrenergico, prepara alla fuga o al combattimento.
Il sistema PANIC/GRIEF è qualcosa di diverso. Non si attiva per un pericolo esterno, ma per la rottura — anche solo anticipata — di un legame di attaccamento. Ha il suo centro nel cingolato anteriore e nella sostanza grigia periacqueduttale, ed è regolato dal sistema oppioide endogeno.
Molti attacchi di panico, quando si guarda da vicino il momento in cui sono comparsi, non sono attivazioni del sistema FEAR — non c'è un pericolo. Sono attivazioni del sistema PANIC: qualcosa nel sistema dei legami si è mosso, e il dolore di quella separazione — anche solo annunciata, anche solo simbolica — irrompe nel corpo prima di poter essere pensato. La lettura neurobiologica converge con quella psicoanalitica: l'angoscia segnala una caduta, il corpo lo sa prima che il soggetto possa dirselo.
Psicoterapia per attacchi di panico, ansia e angoscia a Pescara
Nella psicoterapia psicoanalitica non si lavora contro l'attacco di panico, ma a partire dall'attacco di panico. In quel sintomo, in quel modo che il corpo ha trovato per dire qualcosa, c'è una verità del soggetto che non è ancora stata ascoltata. Il lavoro analitico aiuta il soggetto a leggere ciò che il panico stava cercando di dirgli — da dove veniva, a cosa rispondeva, cosa gli stava chiedendo di sapere. Quando questa lettura comincia, il sintomo perde la sua urgenza.
Le sedute si svolgono in presenza presso lo studio di Pescara oppure a distanza tramite una piattaforma professionale dedicata. Entrambe le modalità assicurano il rigoroso mantenimento delle condizioni del setting clinico.
Il primo passo è un colloquio.
Quello che spesso si chiede
Quanto dura un attacco di panico?
Un attacco di panico raggiunge il picco entro pochi minuti — generalmente tra i 5 e i 10 — e si esaurisce entro 20-30 minuti. La sensazione di disagio fisico, però, può durare anche ore dopo, e la paura che l'episodio si ripeta può accompagnare la persona per giorni o settimane.
Gli attacchi di panico passano da soli?
Il singolo episodio passa da solo, sì. Ma quando gli attacchi si ripetono, e soprattutto quando si installa la "paura della paura" che porta a evitare luoghi e situazioni, è raro che il quadro si risolva senza un lavoro psicoterapeutico. Più si aspetta, più l'evitamento si struttura e più diventa difficile da sciogliere.
Qual è la differenza tra ansia e angoscia?
L'ansia ha un oggetto: si è in ansia per qualcosa, anche se sfocato. L'angoscia, nel senso che le dà la psicoanalisi, non ha un oggetto rappresentabile — è la reazione del soggetto a qualcosa che non riesce a pensare o a dire. È un affetto più radicale dell'ansia, che nel Seminario X Lacan chiama "l'affetto che non inganna".
Servono i farmaci per curare gli attacchi di panico?
In alcuni casi, soprattutto nelle fasi acute, può essere utile affiancare un trattamento farmacologico — di competenza dello psichiatra — al lavoro psicoterapeutico. La psicoterapia psicoanalitica e la farmacoterapia non si escludono: agiscono su piani diversi. I farmaci possono ridurre l'intensità del sintomo, la psicoterapia lavora sul significato che il sintomo ha per il soggetto.
È possibile fare psicoterapia per attacchi di panico online?
Sì, le sedute si svolgono in presenza presso lo studio di Pescara oppure a distanza tramite una piattaforma professionale dedicata. Entrambe le modalità garantiscono il rigoroso mantenimento del setting clinico e sono indicate anche per chi risiede fuori sede.
Per richiedere un colloquio
Il primo passo è fissare un colloquio clinico di valutazione. Le sedute possono svolgersi in presenza presso lo studio di Pescara oppure a distanza tramite piattaforma professionale dedicata.
Contattami WhatsApp









