Psicologia del Tiro a Segno: portare la gara in allenamento

Psicologia dello sport · Tiro a segno

Psicologia del tiro a segno: dall'allenamento alla gara

di — Psicologo Nazionale Italiana di Tiro a Segno (UITS), Olimpiadi di Parigi 2024

Psicologia del tiro a segno: una premessa dal poligono

Nel tiro a segno olimpico — pistola e carabina, 10 metri ad aria compressa — la prestazione dipende da una sequenza di gesti che, dall'esterno, sembra semplice: alzare l'arma, mirare, scaricare il colpo. Il poligono è silenzioso, l'atleta è fermo, il bersaglio non si muove. Sembra il contrario di uno sport di velocità o di contatto.

Eppure, chi lo pratica sa che si tratta di una delle discipline più psicologicamente esigenti dell'intero panorama olimpico. La distanza tra una serie da 10,8 e una da 9,6 si gioca su qualche centesimo di secondo di tenuta attentiva, su un battito cardiaco fuori sincrono, su un pensiero intrusivo che attraversa la mente nel momento sbagliato. Il margine è sottile, e sotto la superficie immobile dell'atleta che mira, il sistema nervoso lavora a pieno regime.

Lavoro come psicologo del tiro a segno per la Nazionale Italiana (UITS) dal 2023, ruolo che ho ricoperto ai Giochi Olimpici di Parigi 2024 e che continuo a svolgere oggi. Ho seguito atleti azzurri ai Campionati Mondiali, alle Coppe del Mondo, ai Campionati Europei e ai Campionati Italiani. In questo articolo provo a mettere in fila alcuni dei nodi su cui ho lavorato in questi anni, sia in ambito agonistico che come ricercatore.

Le specialità olimpiche dell'aria compressa: 10 metri pistola e carabina

Due righe di contesto tecnico per chi non conosce la disciplina.

Il tiro a segno olimpico ad aria compressa a 10 metri comprende due specialità principali: pistola 10 metri e carabina 10 metri, sia maschili che femminili, individuali e a squadre miste.

La distanza è di 10 metri tra la linea di tiro e il bersaglio. Il bersaglio elettronico ha al centro una zona del 10 con un diametro di 0,5 mm per la carabina e 11,5 mm per la pistola. La gara di qualifica prevede 60 colpi in 75 minuti per la pistola e 60 colpi in 60-75 minuti per la carabina, uomini e donne. Il calibro è 4,5 mm. La finale a 8 atleti prevede serie da uno o due colpi a tempo limitato, con eliminazioni progressive: il decimale conta — un 10,9 vale di più di un 10,1 — e ogni colpo diventa decisivo.

In altri termini: l'atleta deve essere capace di mantenere una qualità di esecuzione costante, colpo dopo colpo, per un'ora abbondante, su un bersaglio del diametro di una capocchia di spillo, sotto una forma di pressione che cresce progressivamente.

Controllare le variabili fisiologiche non basta

Quando si parla di psicologia in questa disciplina, il primo livello di intervento riguarda le variabili fisiologiche: la frequenza cardiaca, la respirazione, il tono muscolare, la stabilità della mira. Esistono strumenti molto utili per lavorare su questi parametri — l'HRV biofeedback (Heart Rate Variability), le tecniche di respirazione e di rilassamento muscolare progressivo, gli strumenti di monitoraggio in tempo reale. Sono strumenti che uso regolarmente nel lavoro con gli atleti.

Ma non bastano. Anzi: se l'atleta impara a tirare bene solo quando le variabili fisiologiche sono perfettamente sotto controllo, è in trappola. Perché in gara, prima o poi, qualcosa andrà fuori controllo. Un battito cardiaco che parte alto e non scende. Un respiro che non si stabilizza. Un colpo precedente da 8,4 che pesa più di quanto dovrebbe.

Il salto qualitativo, nel lavoro mentale, è qui: imparare a tirare bene anche quando tutto sembra non controllabile. È il livello superiore, ed è quello che separa l'atleta capace di vincere in casa dall'atleta capace di reggere una finale olimpica.

Portare la gara in allenamento: un cambio di paradigma

Per molti anni nello sport agonistico si è ragionato così: l'allenamento serve a costruire il gesto, la gara serve a metterlo alla prova. Ci si allena per arrivare pronti alla gara, e si dà per scontato che la differenza tra le due situazioni — il famoso "salto del bersaglio" — sia un problema da gestire al momento, con una buona testa.

Nei tiri di precisione questo schema funziona poco. L'atleta che si allena in tranquillità, in poligono semivuoto, senza pressione cronometrica e senza posta in gioco, sviluppa una qualità di gesto che in gara, semplicemente, non si presenta. Il sistema nervoso ha appreso a tirare in quelle condizioni. Quando le condizioni cambiano, cambia anche il gesto.

Il cambio di paradigma è semplice da enunciare e complesso da costruire: non si tratta di portare l'allenamento in gara, ma di portare la gara in allenamento.

Nel mio lavoro con le Nazionali, nel tempo, ho sviluppato diversi protocolli che vanno in questa direzione. Non li descrivo nel dettaglio in questa sede, perché la loro efficacia dipende dall'adattamento al singolo atleta, al momento della stagione e all'obiettivo agonistico — e perché un protocollo applicato senza la cornice giusta può fare più danni che bene. Ma il principio costruttivo è quello: ampliare progressivamente la finestra di condizioni in cui il sistema nervoso dell'atleta sa di poter eseguire il proprio gesto.

L'obiettivo finale di questo lavoro non è "tenere alta la pressione". È esattamente il contrario: abituare il sistema nervoso a quella pressione, in modo che il giorno della gara non sia una situazione nuova. Idealmente, il giorno della gara è il giorno in cui l'atleta fa quello che ha già fatto cento volte in allenamento.

Andare in poligono per fare cosa

C'è un'altra abitudine diffusa che limita la qualità dell'allenamento: andare in poligono per sparare. Si arriva, si imposta la posizione, si scarica una serie di colpi, si guarda il punteggio, si tira un'altra serie, si finisce. La sessione è dettata dal tempo disponibile e dalla quantità di colpi. L'obiettivo implicito è uno solo: fare il punteggio più alto possibile.

Questo modo di lavorare è quasi sempre insufficiente per un atleta di livello agonistico serio. La differenza la fa la chiarezza dell'obiettivo della singola sessione.

Una sessione di allenamento non dovrebbe iniziare con la domanda "quanti colpi tiro oggi?" ma con la domanda "cosa vado a lavorare oggi?". Se l'obiettivo della sessione è chiaro fin dall'inizio — e se è davvero un obiettivo, non una somma di buone intenzioni — la sessione cambia natura. Cambia il numero di colpi che ha senso tirare, cambia il modo di leggerne il risultato, cambia il significato di un punteggio basso. Senza obiettivo specifico, l'atleta tira sempre nel modo che gli viene meglio quel giorno — e impara solo a tirare nelle condizioni in cui già sa tirare.

Carico, qualità, periodizzazione: il rischio del burnout

In questo sport l'allenamento ha una caratteristica peculiare: si possono fare moltissimi colpi al giorno, perché il gesto è economico dal punto di vista energetico-muscolare. Ma è esigente dal punto di vista nervoso e attentivo. È qui che si annida un rischio sottovalutato: il burnout sportivo.

Un atleta che si allena troppo, e soprattutto che si allena male — molti colpi, poca varietà, poca chiarezza di obiettivi, nessuna periodizzazione — sviluppa nel medio termine sintomi che la letteratura scientifica sulla psicologia dello sport ha ben documentato: stanchezza cronica che non risponde al riposo, perdita di motivazione, peggioramento della prestazione nonostante l'aumento del lavoro, irritabilità, disturbi del sonno. Quando arriva il burnout, l'atleta gareggia peggio non perché si è allenato poco, ma perché si è allenato troppo nel modo sbagliato.

Per questo, nel lavoro con le Nazionali, è centrale la periodizzazione. La stagione agonistica si articola in fasi distinte — fasi di carico, fasi di qualità, fasi di tapering pre-competitivo, fasi di scarico — ciascuna con obiettivi diversi e con un peso diverso sul sistema nervoso dell'atleta. Saltare le fasi di scarico, o caricare durante la fase di qualità, sono errori che si pagano. Non subito: ai Campionati Italiani di tre mesi dopo. L'approccio psicologico, da questo punto di vista, lavora in stretta collaborazione con il tecnico e con il preparatore atletico: la pianificazione mentale deve essere coerente con la pianificazione tecnica e fisica.

L'attenzione non è una risorsa illimitata

Una delle convinzioni più radicate, e più dannose, nello sport di precisione è che l'atleta debba essere "concentrato per tutta la durata della gara". In questa disciplina questa convinzione è particolarmente pericolosa, perché una gara di 60 colpi in 75 minuti diventa, in questa lettura, un'ora intera di concentrazione massima ininterrotta.

Non è così che funziona l'attenzione umana. L'attenzione è una risorsa limitata, oscillante, e va gestita. Pretendere di mantenerla costantemente al massimo per un'ora produce due conseguenze: l'atleta arriva ai colpi finali con la riserva attentiva esaurita, e nel frattempo sviluppa una tensione ansiosa che peggiora la prestazione anche nei colpi iniziali.

Il lavoro mentale serio prevede che l'attenzione venga gestita per fasi. Esistono finestre attentive di alta intensità — il momento del singolo colpo, dalla preparazione al rilascio — che durano pochi secondi e devono essere protette. Ed esistono finestre di recupero attentivo — i momenti tra un colpo e l'altro, le pause, i tempi morti — in cui l'atleta deve, attivamente, uscire dallo stato di concentrazione massima per consentire al sistema nervoso di rigenerarsi. Costruire questa alternanza è un lavoro tecnico, fatto di routine, non un'attitudine spontanea.

Variabilità: il principio che attraversa tutto

Se dovessi riassumere in una parola il principio che attraversa tutto il lavoro mentale in questo ambito, sceglierei variabilità.

La variabilità è il contrario della ripetizione monotona. È il principio per cui l'allenamento, per essere efficace, deve esporre il sistema nervoso a condizioni diverse, a richieste diverse, a obiettivi diversi. La ripetizione meccanica del gesto consolida un solo modo di tirare; la variabilità sviluppa un atleta capace di tirare bene in più modi, in più condizioni, in più stati interni.

È uno dei principi fondamentali della MuSt Theory (Multi-States Theory) di Robazza e Bortoli, una cornice teorica nata in Italia e oggi riconosciuta internazionalmente, di cui sono coautore. L'idea di fondo è semplice: l'atleta non ha uno stato ottimale di prestazione, ne ha molti. Il lavoro serve a costruire la capacità di accedere a stati ottimali diversi, a seconda di quello che la situazione richiede.

Per concludere

Lavorare in Nazionale non è un insieme di tecniche per "rilassare l'atleta" o per "aumentargli la motivazione". È un percorso complesso, quotidiano, che attraversa la pianificazione della stagione, la struttura della singola sessione di allenamento, la gestione delle finestre attentive, la prevenzione del burnout, la costruzione di una variabilità adeguata.

Il punto di partenza è che non basta saper tirare bene quando tutto va bene. Il lavoro serio comincia esattamente dove finisce quello facile: imparare a tirare bene quando il battito non scende, quando il colpo precedente è stato un 8, quando il pubblico è in piedi, quando manca un colpo alla finale e tutto sembra fuori controllo.

A quel punto si vede se l'atleta ha portato la gara in allenamento, oppure se sta cercando di portare l'allenamento in gara per la prima volta, proprio in quel momento, e proprio in quel poligono.


Riferimenti scientifici

Robazza, C.; Di Liborio, M.; Bortoli, L.; Ruiz, M. C. (2025)
MuSt Theory in Action for Self-Regulation: A Practical Guide and Case Study
Journal of Sport Psychology in Action
Leggi l'articolo (DOI) →
Ruiz, M. C.; Bortoli, L.; Robazza, C. (2020)
The Multi-States (MuSt) Theory for Emotion- and Action-regulation in Sports
Cornice teorica di riferimento
Leggi su Frontiers →

Massimiliano Di Liborio

Psicologo della Nazionale Italiana di Tiro a Segno (UITS), presente ai Giochi Olimpici di Parigi 2024. Past President AIPS — Associazione Italiana di Psicologia dello Sport e dell'Esercizio. Lavoro con atleti di tiro a segno e altri sport di precisione, in studio a Pescara e online.

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