Hikikomori e ritiro sociale negli adolescenti: una lettura clinica
Non si tratta di semplice introversione o di una fase passeggera. È una condizione di sofferenza profonda che coinvolge l'intero sistema familiare e che richiede attenzione clinica.
Un fenomeno in crescita
Quantificare il ritiro sociale non è semplice, perché non esiste ancora una definizione diagnostica condivisa e molti casi restano sommersi. Tuttavia, le ricerche condotte negli ultimi anni in Italia mostrano un trend in aumento, accelerato dopo la pandemia.
Il ritiro sociale non è più un fenomeno esclusivamente giapponese: è presente nelle nostre città, nelle nostre scuole, nelle nostre famiglie.
Segnali che un genitore può riconoscere
Il ritiro sociale raramente esplode all'improvviso. Spesso inizia con segnali sottili che, col tempo, si intensificano:
Rifiuto scolastico progressivo: assenze sempre più frequenti, difficoltà ad alzarsi la mattina, malesseri fisici ricorrenti prima di andare a scuola.
Abbandono delle relazioni: il ragazzo smette di uscire con gli amici, non risponde più ai messaggi, evita le occasioni sociali.
Inversione del ritmo sonno-veglia: dorme di giorno e resta sveglio di notte, quando il mondo è fermo e non richiede nulla.
Chiusura in camera: passa ore nella propria stanza, spesso al computer o allo smartphone, riducendo al minimo anche i contatti con i familiari.
Irritabilità e scoppi di rabbia: reazioni sproporzionate quando si tenta di forzare l'uscita o il confronto.
Trascuratezza dell'igiene personale: nei casi più gravi, anche lavarsi diventa un compito insostenibile.
Dormire di giorno ha spesso una funzione precisa: permette di evitare il confronto con una quotidianità che appare insopportabile, con un mondo che va avanti mentre ci si sente incapaci di stargli dietro.
Cosa può provare un genitore
Vivere con un figlio che si ritira è un'esperienza che lascia i genitori in uno stato di profondo disorientamento. Spesso convivono sentimenti contraddittori:
Impotenza. Nulla di ciò che si tenta sembra funzionare. Le parole non arrivano, i tentativi di coinvolgimento vengono respinti, le strategie educative che avevano sempre funzionato si rivelano inefficaci. Il genitore si ritrova a non sapere più cosa fare.
Colpa. È quasi inevitabile chiedersi: "Dove ho sbagliato?". Si ripercorre la storia familiare cercando l'errore, il momento in cui qualcosa si è rotto. Questo interrogativo può diventare ossessivo e paralizzante.
Vergogna. Non è facile parlarne con altri. C'è il timore del giudizio, la difficoltà a spiegare una situazione che dall'esterno può sembrare incomprensibile. Molti genitori si isolano a loro volta, rinunciando alle relazioni sociali.
Rabbia. A volte emerge frustrazione verso il figlio che "non vuole" uscire, che "sceglie" di stare chiuso. Questa rabbia spesso nasconde la paura di perderlo.
Lutto. C'è un figlio immaginato, quello che avrebbe dovuto andare a scuola, uscire con gli amici, costruirsi un futuro. E c'è il figlio reale, chiuso in una stanza. Lo scarto tra i due può essere dolorosissimo da elaborare.
Questi vissuti sono normali. Non indicano che si è cattivi genitori, ma che si sta attraversando una situazione di grande difficoltà.
Una possibile lettura psicoanalitica
Perché un adolescente decide di ritirarsi dal mondo? Le ricerche e l'esperienza clinica suggeriscono che al centro del ritiro sociale ci sia spesso una sofferenza legata al confronto con gli altri.
Lo scarto tra un'immagine ideale di sé e la realtà del confronto sociale può diventare insostenibile. Quando l'adolescente sente di non poter raggiungere quell'ideale, quando il fallimento appare inevitabile, il ritiro diventa una soluzione: se non mi espongo, non posso fallire. Se non esco, nessuno può vedermi inadeguato.
In questa prospettiva, il sintomo ha sempre un senso. Non è un difetto da correggere, ma un tentativo di rispondere a qualcosa di insopportabile. Il lavoro clinico consiste nel comprendere quel senso e nel trovare, insieme al ragazzo, altre vie meno costose per far fronte alla sofferenza.
Il rifiuto del legame sociale: una prospettiva lacaniana
Dal punto di vista della psicoanalisi lacaniana, il ritiro sociale può essere letto come un particolare modo di posizionarsi rispetto all'Altro e al legame sociale.
L'adolescenza è il momento in cui il soggetto è chiamato a separarsi dalle identificazioni infantili e a trovare un proprio posto nel mondo, un proprio desiderio. Questo passaggio richiede di attraversare una perdita: la perdita della posizione infantile, della protezione familiare, dell'illusione di completezza.
Per alcuni adolescenti, questo passaggio si rivela impossibile. L'Altro sociale, con le sue richieste di performance, di successo, di visibilità, appare come un giudice implacabile. Lo sguardo dei pari diventa persecutorio. L'ideale dell'Io, invece di funzionare come bussola, diventa un tiranno che condanna ogni insufficienza.
Il ritiro può essere letto allora come un rifiuto di entrare nel gioco sociale, un "no" radicale a un mondo percepito come impossibile. Ma è un rifiuto che ha un costo altissimo: il soggetto si sottrae allo sguardo dell'Altro, ma così facendo si sottrae anche alla possibilità di esistere socialmente, di costruire legami, di desiderare.
La stanza diventa un luogo dove il tempo si ferma, dove non è necessario rispondere alle domande del mondo. Internet, quando presente, offre una forma di legame sociale "a distanza di sicurezza", senza l'esposizione del corpo e dello sguardo. Ma è un legame fragile, che spesso finisce per confermare l'impossibilità del rapporto con l'altro reale.
Lacan ci ricorda che il desiderio si costruisce sempre nel rapporto con l'Altro. Il ritiro totale rischia di bloccare non solo la socialità, ma la possibilità stessa di desiderare. È questo che rende il fenomeno così preoccupante e che richiede un intervento attento.
Quando chiedere aiuto
Non esiste una soglia precisa oltre la quale il ritiro diventa patologico. Tuttavia, alcuni criteri possono orientare:
- Un isolamento che dura e tende a peggiorare
- Il ragazzo ha abbandonato o sta abbandonando completamente la scuola
- Non ha più contatti con coetanei, nemmeno online
- Presenta inversione del ritmo sonno-veglia stabile
- Mostra segni di sofferenza evidente: irritabilità estrema, pianto, ideazione negativa
Se riconosci questa situazione, è importante non restare soli. Forzare l'uscita raramente funziona e può peggiorare la chiusura. Serve un lavoro più sottile, che spesso inizia dal sostegno ai genitori prima ancora che dal ragazzo.
Il lavoro con gli adolescenti
Non forzare. Il ragazzo ritirato ha costruito la sua chiusura come difesa. Forzarla significa confermare che il mondo esterno è pericoloso. Il primo obiettivo è costruire uno spazio di fiducia, che spesso richiede tempo.
Partire dai genitori. In molti casi, il lavoro inizia con i genitori, aiutandoli a comprendere il senso del ritiro e a modificare alcune dinamiche relazionali che possono contribuire a mantenerlo.
Rispettare i tempi. Il ritiro non si risolve in poche settimane. È un processo che richiede pazienza e la capacità di tollerare l'incertezza.
Offrire uno spazio di parola. Quando l'adolescente accetta di parlare, anche solo online o attraverso la porta, si apre una possibilità. La psicoterapia offre un luogo dove il sintomo può trasformarsi in domanda: cosa mi sta succedendo? Cosa voglio davvero?
Sarà inoltre compito del professionista condurre un'accurata diagnosi differenziale, fondamentale per distinguere il ritiro sociale da altri quadri clinici, come i disturbi depressivi, che possono presentare una sintomatologia sovrapponibile.
Hikikomori: si può uscirne?
È la domanda che arriva quasi sempre, prima o poi. A volte la fa il genitore al primo colloquio, a volte arriva dal ragazzo stesso, in modo obliquo, quando ha già iniziato a fidarsi di qualcuno.
Quello che la clinica osserva è che l'uscita raramente assomiglia a una guarigione nel senso consueto. Non è una curva che sale. È più spesso una serie di movimenti piccoli — alcuni in avanti, molti all'indietro — in cui qualcosa nel ragazzo, o nel campo relazionale attorno a lui, si modifica abbastanza da rendere la stanza meno necessaria di prima.
Il punto di ingresso più accessibile è spesso la famiglia. Chi ha un figlio hikikomori porta quasi sempre una domanda doppia: cosa fare con lui, e cosa fare con se stesso. La seconda è quella più produttiva, perché tocca qualcosa che il genitore può effettivamente modificare — il modo di stare vicino, cosa si dice, cosa si tace, quanto si preme e quanto si lascia andare.
I casi in cui il ritiro si è allentato hanno quasi sempre una caratteristica in comune: da qualche parte si è aperto uno spazio in cui parlare era possibile senza che parlare significasse dover cambiare subito. Un luogo in cui il sintomo ha potuto trasformarsi in domanda. Questo è quello che la psicoterapia può offrire.
Hai bisogno di supporto?
Se riconosci questi segnali in tuo figlio o figlia, non restare solo. Presso il mio studio di psicologia per adolescenti a Pescara offro consulenze specialistiche per famiglie che affrontano il ritiro sociale.
Il lavoro può iniziare dal sostegno ai genitori, per poi aprire gradualmente uno spazio di dialogo con il ragazzo, rispettando i suoi tempi.
Riferimenti
- Lancini M. (2019). Il ritiro sociale negli adolescenti. Raffaello Cortina.
- Kato T.A. et al. (2019). Hikikomori: multidimensional understanding, assessment, and future international perspectives. Psychiatry and Clinical Neurosciences, 73, 427–440.
- Yokoyama K. et al. (2023). An examination of the potential benefits of expert guided physical activity for supporting recovery from extreme social withdrawal. Frontiers in Psychiatry, 14, 1084384.
- Associazione Hikikomori Italia — www.hikikomoriitalia.it
Articolo a cura di Massimiliano Di Liborio
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