Quando l’atleta crolla: depressione nello sport

Quando l'atleta crolla: la depressione nel mondo dello sport

Il calcio, come ogni ambito della depressione nello sport, non è immune a questo disturbo. I numeri suggeriscono una diffusione preoccupante nel mondo del professionismo, e addirittura una probabilità sopra la media della popolazione nel mondo degli ex-giocatori. Eppure, nonostante in questi ultimi anni diversi atleti si siano esposti con coraggio, di depressione nel mondo dello sport se ne parla poco e con fatica.
I numeri

Questo silenzio ha un prezzo. Una meta-analisi recente ha dimostrato che la prevalenza di ansia e depressione negli ex-atleti d'élite può essere oltre il doppio rispetto alla popolazione generale. Non stiamo parlando di numeri marginali: tra il 15% e il 33% degli atleti collegiali risulta a rischio di depressione.

Prima la persona, poi l'atleta

Il calcio, come ogni sport, non può essere vissuto e interpretato come un sistema disumanizzante nel quale il giocatore è visto esclusivamente come una macchina da prestazione, valutato solo per i gol fatti, i rigori parati o il suo valore di mercato. I giocatori sono persone. Le persone sono giocatori. Prima la persona, poi l'atleta e poi il giocatore. Come approfondisco nella mia sezione dedicata alla psicologia dello sport, l'equilibrio mentale è la base di ogni performance.

La depressione è un disturbo psicologico severo, il più diffuso tra i disturbi mentali, che si è conquistato il triste primato di essere diventata la prima causa di disabilità nel mondo. In Italia affligge circa tre milioni di persone, e di queste solo il 50% riceve un trattamento tempestivo e adeguato.


Quando la tristezza diventa depressione

Nel linguaggio comune con la parola umore intendiamo quello stato d'animo che proviamo rispetto a quello che ci circonda. Il tono dell'umore è una funzione psichica che ci consente di adattarci al meglio al mondo esterno e al nostro mondo interno. Una delle sue caratteristiche fondamentali è la flessibilità: solo attraverso questa flessibilità siamo in grado di vivere appieno la nostra vita.

Tutti abbiamo fatto esperienza di estrema vitalità ed energia, tutti ci siamo sentiti coinvolti nelle attività che ci piace svolgere. Allo stesso modo tutti ci siamo sentiti anche senza energia o poco motivati. Il tono dell'umore ha la funzione di portarci ad adattarci nel miglior modo possibile a questi eventi: "dalle stelle alle stalle" afferma un antico detto.

Nella nostra società la tristezza – un abbassamento del tono dell'umore – non è quasi contemplata. I modelli sociali ci propongono un'immagine dove siamo sempre sorridenti, felici, motivati all'eccellenza. Un tono dell'umore sempre alle stelle. Alla domanda "come va?" è quasi un obbligo rispondere "Benissimo!". Sembra che non ci sia spazio per la tristezza.

La tristezza ha caratteristiche ben definite: ha una durata limitata nel tempo (solitamente si manifesta per due o tre settimane), possiamo determinare la causa che la genera, e non interferisce in modo imponente con le nostre attività quotidiane. Quando siamo tristi continuiamo ad allenarci, ad esempio. La tristezza è insieme alla rabbia, alla felicità, al disgusto, alla paura e al disprezzo una delle emozioni primarie dell'essere umano. Solitamente si manifesta quando si perde qualcosa o non si raggiunge uno scopo. Questa emozione segnala all'altro il nostro bisogno della sua presenza, aiuta a creare e mantenere legami, aiuta a costruire le nostre relazioni affettive più importanti.

La tristezza non ha alcuna connotazione psicopatologica. Anzi, può essere un momento creativo, di cambiamento e di crescita personale.

La depressione è qualcosa di diverso. È uno dei disturbi psichici più frequenti e invalidanti. Si presenta con un marcato e persistente blocco del tono dell'umore verso il basso. La persona depressa si sente vuota, insoddisfatta e prova un profondo senso di tristezza. Si perde ogni spinta vitale e le attività che prima procuravano piacere non lo procurano più.

Quadro clinico

I sintomi clinici includono:

  • Perdita di piacere e interesse verso il mondo, la vita, le attività e le relazioni;
  • Abbassamento del tono dell'umore;
  • Agitazione o rallentamento psicomotorio;
  • Pensieri ricorrenti di morte;
  • Sentimenti di colpa e autosvalutazione;
  • Disturbi del sonno;
  • Astenia (mancanza di energia psichica).

Fattori di rischio della depressione nello sport

Gli atleti non sono immuni alla depressione. Anzi, affrontano fattori di rischio specifici che la popolazione generale non conosce. La ricerca identifica diversi elementi critici.

Gli infortuni rappresentano un fattore di rischio significativo. Gli atleti che hanno subito infortuni sportivi hanno una probabilità 1.64 volte maggiore di sviluppare sintomi depressivi rispetto a chi non si è infortunato. L'infortunio non rappresenta solo un danno fisico: è una frattura dell'identità, una minaccia al senso di sé. Uno studio ha rilevato che i sintomi depressivi negli atleti infortunati rimangono elevati anche un mese dopo l'infortunio. Le commozioni cerebrali, in particolare, mostrano un legame preoccupante con la depressione: giocatori NFL in pensione con tre o più commozioni cerebrali riportate hanno un rischio tre volte maggiore di diagnosi di depressione.

Il ritiro dallo sport – volontario o involontario – è un altro momento di estrema vulnerabilità. Il ritiro involontario, spesso dovuto a infortuni cronici o gravi, lascia l'atleta emotivamente e finanziariamente impreparato. La transizione dal mondo dell'élite sportiva comporta cambiamenti sostanziali nello stile di vita e nella rete sociale. Per chi ha costruito la propria identità esclusivamente sull'essere atleta, questo passaggio può contribuire a depressione, ansia, disturbi alimentari, abuso di sostanze. Una meta-analisi ha rilevato che il 26.4% degli ex-atleti d'élite soffre di ansia o depressione.

La depressione da fallimento è particolarmente prevalente nel mondo dello sport d'élite. Uno studio sui nuotatori canadesi in competizione per l'accesso alle squadre olimpiche e mondiali ha rilevato che il 68% soddisfaceva i criteri per un episodio depressivo maggiore prima della competizione, mentre il 34% continuava a presentare sintomi dopo. Il fallimento nella prestazione, in un contesto dove la performance definisce il valore della persona, diventa un colpo devastante all'autostima.

L'overtraining può portare a sintomi che assomigliano a quelli della depressione maggiore: disturbi psicologici e fisiologici, diminuzione delle prestazioni. Chi lavora con gli atleti deve essere consapevole di non confondere la depressione con l'overtraining, pur sapendo che le due condizioni non sono necessariamente mutualmente esclusive.

L'isolamento sociale post-ritiro rappresenta un altro elemento critico. L'atleta che vedeva quotidianamente allenatore e compagni di squadra si ritrova improvvisamente isolato mentre gli altri continuano ad allenarsi. La rete di supporto sociale che proteggeva durante la carriera attiva viene improvvisamente meno proprio nel momento di maggiore vulnerabilità.

Fattori specifici dello sport praticato emergono dalla ricerca. Gli sport individuali mostrano tassi più elevati di rischio depressivo rispetto agli sport di squadra, probabilmente per la minore rete di supporto sociale. Gli sport di contatto presentano tassi leggermente superiori rispetto agli sport senza contatto, verosimilmente per il maggior rischio di infortuni e commozioni cerebrali.


Lo stigma che uccide

Spesso l'atleta che pensa di chiedere aiuto si trova a dover lottare contro uno stigma. Questo stigma è la causa più frequente per la quale le persone non chiedono aiuto. Nel mondo dello sport lo stigma assume caratteristiche particolari, legate alla cultura della forza, della resilienza, del "superare il dolore".

Ricerche recenti mostrano che tra il 40% e il 50% degli atleti professionisti riferisce di aver avuto bisogno di supporto psicologico durante la carriera, ma solo il 10% lo ha effettivamente ricevuto. Le barriere includono: mancanza di educazione, stigma, atteggiamenti negativi verso la ricerca di aiuto, preoccupazioni sulle conseguenze (come la deselezione), cultura ipermasculina in certi sport, mancanza di consapevolezza sulle risorse disponibili.

Nel calcio professionale uno studio ha identificato i principali fattori di stress riportati dai giocatori: problemi con allenatore o management (49.7%), calo nelle prestazioni o infortuni (48.4%), stress psicologico (46.5%), scarso supporto o riconoscimento da parte dell'allenatore (40.0%). Quasi il 40% dei giocatori ha dichiarato di aver avuto bisogno di supporto psicologico durante la carriera, contro il 24% dopo il ritiro. Ma solo il 10% lo ha effettivamente ricevuto.

Spesso si pensa erroneamente che per reagire alla depressione basti la buona volontà. Niente di più sbagliato. Suggerire a una persona depressa di impegnarsi in attività piacevoli, di pensare solo alle cose belle, che in fondo ha tutto dalla vita – queste sono le frasi che più spesso sento – non fa altro che alimentare il senso di colpa e di inadeguatezza che il soggetto depresso sta già vivendo. Un senso di colpa e di inadeguatezza dal quale è letteralmente sommerso.


La cura è possibile

In questi casi le cose da fare sono: essere vicino e comprendere la persona sofferente, e consigliare di rivolgersi alle figure specializzate che si occupano di questi disturbi – lo psicoterapeuta e lo psichiatra.

Un concetto fondamentale: è molto più semplice lavorare su una depressione in fase di esordio che su una depressione protratta per anni, una depressione che si radica nell'individuo.

Rivolgersi alle figure professionali che si occupano di salute mentale è fondamentale per diagnosticare il disturbo e intraprendere un percorso di psicoterapia, lavorando con uno psicoterapeuta sulle cause della depressione ed eventualmente combinando con lo psichiatra una terapia farmacologica per i sintomi.

Alcuni atleti professionisti e celebrità stanno parlando più apertamente delle difficoltà legate all'essere sotto i riflettori e di come la ricerca di servizi di salute mentale abbia effettivamente migliorato la loro vita o li abbia aiutati a uscire da un episodio depressivo. Naomi Osaka si è ritirata dal Roland Garros citando preoccupazioni per il suo benessere mentale. Simone Biles ha saltato competizioni per proteggere la sua salute mentale. Quando atleti professionisti parlano apertamente delle loro sfide, contribuiscono a combattere lo stigma.

La ricerca di trattamento per la salute mentale sta iniziando a essere vista nell'opinione pubblica come un segno di forza e non di debolezza. Ma la strada da fare è ancora lunga.

Aspetti pratici

Supporto e intervento

Il mondo dello sport ha la responsabilità di creare ambienti psicologicamente sicuri. Se senti il bisogno di una consulenza specialistica, presso il mio studio di psicoterapia a Pescara tratto queste problematiche con un approccio clinico mirato.

  • Screening regolari per la salute mentale
  • Educazione per atleti, allenatori e staff
  • Accesso a servizi psicologici qualificati
  • Preparazione alle transizioni di carriera
  • Intervento precoce sui segnali di difficoltà

L'atleta merita supporto, comprensione e cura professionale. Non sono i gol, i record o i trofei a definire il valore di una persona. Prima la persona, poi l'atleta, poi il giocatore.

"Noi non abbiamo forse valore se non per le nostre sofferenze. C'è tanta gente la cui gioia è così immonda, il cui ideale è così meschino, che noi dobbiamo benedire la nostra disgrazia se ci fa più degni." — Gustave Flaubert

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