Oltre la retorica del "campione sempre nella zona": dati e limiti
L'idea di poter imparare qualche trucchetto per entrare sempre in campo o in pedana tranquilli, con sensazioni di benessere e una facilità estrema nel prendere decisioni non solo è irrealistica, ma può diventare anche dannosa.
Chi lavora sul campo con atleti di livello medio-alto lo vede spesso: a fine gara molti escono svuotati fisicamente e mentalmente. Non è "mancanza di mental coach", né il segno che "non sono entrati nel flow": è semplicemente il prezzo di una gara in condizioni reali, spesso lontane dallo stato ideale che nei seminari viene venduto come "zona magica".
Che cos'è il flow, in termini operativi
Mihaly Csikszentmihalyi ha definito il flow come uno stato di esperienza ottimale caratterizzato da un equilibrio tra sfida e abilità e una perdita della percezione del tempo. In ambito sportivo, Susan Jackson ha adattato questo concetto sviluppando la Flow State Scale (FSS).
L'atleta "nella zona" descrive:
- Concentrazione molto alta e stabile sul compito;
- Sensazione di controllo sul gesto;
- Azioni che sembrano "andare da sole";
- Forte motivazione intrinseca a restare dentro l'azione.
Quanto spesso gli atleti sono davvero in flow?
Qui è necessario essere chiari: ad oggi non esistono stime robuste sulla percentuale di gare disputate in flow. L'idea che qualcuno "costruisca una carriera solo sul flow" non è supportata da evidenze empiriche. La carriera si gioca nella capacità di reggere il mare mosso: errori, pressioni e gare in cui la mente non è perfetta ma "sufficiente".
Cosa dicono oggi le neuroscienze del flow
Studi EEG mostrano che, durante episodi di flow, si osservano spesso:
- Un incremento di attività theta frontale (controllo cognitivo);
- Un'attività alpha fronto-centrale moderata (concentrazione non saturata).
In sintesi: lo stato di flow corrisponde a un'azione altamente automatizzata con minore interferenza del dialogo interno.
Il sistema SEEKING secondo Panksepp
Jaak Panksepp, nell'ambito della affective neuroscience, ha proposto il sistema SEEKING come circuito che sostiene curiosità, esplorazione e ricerca attiva di risorse. Si basa principalmente su circuiti dopaminergici mesolimbici (VTA al nucleus accumbens).
Quando il SEEKING è ben regolato, l'organismo è orientato e spinto in avanti da una motivazione intrinseca. È ragionevole leggere il flow come una manifestazione cosciente di un sistema SEEKING attivato in modo fluido, sebbene il legame causale diretto non sia ancora stato dimostrato sperimentalmente negli atleti.
È importante notare che una disregolazione di questi sistemi può essere associata a stati di spegnimento emotivo, simili a quelli trattati nei percorsi per la depressione.
Cosa significa per allenamento e performance
1. Flow come stato possibile, non requisito
Pensare che "senza flow non posso performare" è clinicamente rischioso. Il flow è un alleato, non l'unico pilota della prestazione.
2. Lavorare sul mare mosso
Il training mentale realistico punta a costruire strategie di regolazione per scenari difficili: routines, gestione del dialogo interno e capacità di rientrare dopo l'errore.
3. Costruire contesti che alimentano il SEEKING
Progettare allenamenti che sostengano la motivazione intrinseca ed evitino contesti di svalutazione cronica, che alla lunga deprimono il sistema di ricerca dell'atleta.
Ottimizzazione della Performance a Pescara
Il mio approccio alla psicologia dello sport a Pescara non vende formule magiche, ma costruisce la capacità dell'atleta di competere anche quando le sensazioni non sono ideali.
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- Supporto clinico per atleti professionisti
Articolo a cura di Massimiliano Di Liborio, Psicoterapeuta e Psicologo dello Sport
Riferimenti bibliografici essenziali
- Csikszentmihalyi, M. (1990). Flow: The Psychology of Optimal Experience.
- Panksepp, J. (1998). Affective Neuroscience.
- Jackson, S. A., & Marsh, H. W. (1996). Flow State Scale.
